Società Dantesca Italiana
Consultazione opere
traduzione a cura della SDI

    Rima   confronta con ed. Barbi
  
  
  
Rime - ed. De Robertis - Rima 1

1(CIII)
Così nel mio parlar vogli’esser aspro
com’è negli atti questa bella pietra
la quale ognora impietra
maggior durezza e più natura cruda,
4
e veste sua persona d’un diaspro
tal che per lui, o perch’ella s’arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colga ignuda.
8
Ella ancide, e non val ch’uom si chiuda
né si dilunghi da’ colpi mortali
che, com’avesser ali,
giungono altrui e spezzan ciascun’arme,
sì ch’io non so da lei né posso atarme.
13
Non truovo schermo ch’ella non mi spezzi
né luogo che dal suo viso m’asconda,
che come fior di fronda
così della mia mente tien la cima.
17
Cotanto del mio mal par che si prezzi
quanto legno di mar che non lieva onda;
e ’l peso che m’affonda
è tal che no·l potrebbe adequar rima.
21
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perché non ti ritemi
sì di rodermi il cuore a scorza a scorza
com’io di dire altrui chi ti dà forza?
26
Ché più mi triema il cuor qualora io penso
di lei in parte ov’altri gli occhi induca,
per tema non traluca
lo mio pensier di fuor sì che si scopra,
30
ch’e’ non fa de la morte, ch’ogni senso
co· li denti d’Amor già mi manduca;
ciò è che ’l pensier bruca
la lor vertù, sì che n’allenta l’opra.
34
E’ m’ha percosso in terra e stammi sopra
con quella spada ond’elli uccise Dido
Amore, a cu’ io grido
‘merzè!’, chiamando, e umilmente il priego;
ed e’ d’ogni merzé par messo al niego.
39
Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida
la debole mia vita esto perverso,
che disteso e riverso
mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco.
43
Allor mi surgon nella mente strida,
e ’l sangue ch’è per le vene disperso
correndo fugge verso
il cuor, che ·l chiama, ond’io rimango bianco.
47
Egli mi fere sotto il lato manco
sì forte che ’l dolor nel cuor rimbalza:
allor dico: «S’egli alza
un’altra volta, Morte m’avrà chiuso
anzi che ’l colpo sia disceso giuso».
52
Così vedess’io lui fender per mezzo
il cuore a la crudele che ’l mio squatra,
poi non mi sarebbe atra
la morte, ov’io per sua bellezza corro:
56
ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Oïmè, ché non latra
per me, com’io per lei, nel caldo borro?
60
ché tosto griderei: «I’ vi soccorro!»;
e fare’ ·l volentier, sì come quelli
che ne’ biondi capelli
ch’Amor per consumarmi increspa e dora
metterei mano, e piacere’le allora.
65
S’io avesse le belle trecce prese
che son fatte per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza
con esse passerei vespero e squille;
69
e non sarei pietoso né cortese,
anzi farei com’orso quando scherza;
e s’Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.
73
Ancor negli occhi, ond’escon le faville
che m’infiamman lo cor ch’io porto anciso
guarderei presso e fiso
per vendicar lo fuggir che mi face,
e poi le renderei, con amor, pace.
78
Canzon, vattene ritto a quella donna
che m’ha rubato e morto, e che m’invola
quello ond’i’ ho più gola,
e dàlle per lo cor d’una saetta,
ché bello onor s’acquista in far vendetta.
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